Non ci sono treni e Trenitalia cosa fa? Fa pagare una sovratassa ai poveri pendolari che hanno necessità, in queste feste, di tornare dalle proprie famiglie: 50€ in più per un biglietto che di euro ne costa 50.
VERGOGNATEVI!
Tagliare le corse? Ma stiamo scherzando? E come si possono muovere i pendolari? Con i propri mezzi? E chi un proprio mezzo non ce l’ha, che cosa fa? Torna a piedi?
O forse volete potenziare soltanto le corse più lucrative, tipo i frecciarossa o gli eurostar? Per carità, fare napoli-roma in un’ora è bellissimo, ma non è nenahce giusto privare gli altri di treni regionali o diminuirli drasticamente!
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La nuova manovra di Monti richiede a tutti i cittadini sacrifici, per riuscire a sanare il nostro debito e rimetterci in linea con l’Europa.
Tuttavia, i nostri parlamentari non vogliono rinunciare alle loro “retribuzioni”. Cazzo, ai cittadini (anche quelli con redditi bassissimi) si richiedono sacrifici e i parlamentari non vogliono rinunciare ai loro stipendi? Proprio loro che dovrebbero, in qualità di rappresentanti dell’elettorato, dare per primi l’esempio! VERGOGNA!
Sono poche le voci fuori dal coro:
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Fonte: repubblica.it
perché a tutti fa comodo prendere dallo stato, fare il parlamentare e contestualmente svolgere altri lavori che fruttano quattrini.
Continua a prevalere l’interesse indivuduale su quello comune: povera Italia!
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Fonte: repubblica.it
MILANO – Tanti (soldi), maledetti e subito. I mercati non attendono. Frau Merkel ci aspetta con la matita rossa per controllare se abbiamo fatto i compiti a casa. Il Governo Monti così, causa tempi stretti, ha partorito una manovra che ha il pregio di riavvicinare l’Italia al pareggio di bilancio e all’Europa – come dimostra la retromarcia degli spread di ieri – ma fatica ancora, complici i tempi stretti, a tener alta la bandiera dell’equità.
Certo, come ha detto il premier, i sacrifici non riguardano solo “i soliti noti”: l’aumento dell’Iva colpisce sia i contribuenti virtuosi che i furbetti del fisco, ci sono l’una tantum sui capitali rientrati con lo scudo e la stangata su yacht, elicotteri e auto di lusso (gettito, va detto, poche decine di milioni). Mentre il ritorno sotto mentite spoglie dell’Ici e l’aumento degli estimi catastali spostano dal reddito al patrimonio il carico dei sacrifici.
Il risultato finale però è uguale: a cantare e portare la croce, anche nell’era del governo tecnico, sono sempre gli stessi. Il costo medio per famiglia del decreto “Salva-Italia” – ha calcolato l’ufficio studi della Cgia di Mestre – sarà di 635 euro, mentre secondo le stime delle associazioni dei consumatori arriverebbe addirittura a 1700 euro.
Ma proprio i provvedimenti “lineari” nati per spalmare la manovra sulle spalle di tutti hanno il paradossale effetto di penalizzare di più chi già ha il fiato corto: i lavoratori dipendenti che guadagnano di meno.
I casi elaborati dal think tank degli artigiani lagunari che riportiamo di seguito parlano da soli: il conto finale della stangata per una famiglia con il reddito inferiore ai 30mila euro è (in proporzione) superiore del 15% rispetto a chi di euro ne guadagna 50mila e addirittura del 60% a quello di una famiglia nelle cui tasche ne entrano 150mila, sfuggita in zona Cesarini all’aumento delle aliquote Irpef.
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Peggio ancora – si era capito dalle lacrime agrodolci di Elsa Fornero – va ai pensionati con assegni previdenziali appena superiori ai mille euro lordi, non certo una fortuna da Paperoni. Colpiti alla voce uscite con gli aumenti delle tasse (la falce di Imu, Iva e accise varie non sta a guardare la data di nascita sulla carta d’identità) e beffati pure dalla sterilizzazione della rivalutazione degli assegni previdenziali.
Piove sul bagnato: l’Ocse ha certificato ieri che l’Italia è uno dei paesi più avanzati con la maggiore disuguaglianza dei redditi. Una leadership consolidata negli ultimi anni in cui il divario tra ricchi e poveri tricolori si è allargato a ritmi da primato: la penisola è all’ottavo posto (su 34 nazioni) nella hit parade per la disparità sociale, mentre viaggia al quinto posto nella graduatoria per l’allargamento della forbice tra inizio anni ’80 e 2010.
Il decreto “Salva-Italia”, purtroppo, rischia di farci guadagnare ancora qualche posizione in classifica. Anche perché chi ne esce meglio – manco a dirlo – sono davvero i soliti noti: quei professionisti dell’evasione fiscale che nascondono ogni anno al fisco 220 miliardi di euro. Pagheranno un po’ più di Iva e di Ici, sborseranno qualche euro in più per il pieno all’auto. Si faranno furbi per dribblare l’asticella (non proprio insormontabile) del tetto ai mille euro per il contante. Ma tutto lì. Almeno a loro, per ora, è andata bene.
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Fonte: repubblica.it
L’EPILOGO del governo Berlusconi è stato celebrato con soddisfazione da quanti lo hanno vissuto come una iattura – civile e politica – per il Paese. Tuttavia, più che un successo delle opposizioni, va considerato, anzitutto, una sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo. Intendendo con questo termine, (ab)usato in modo perlopiù indefinito, l’insieme dei valori e di riferimenti culturali, ma anche il modello di rappresentanza – e di alleanza – politica che egli ha espresso. Le dimissioni di Berlusconi, in altri termini, sono l’esito della delusione sociale e dell’implosione politica prodotte da Berlusconi stesso.
Il “berlusconismo” come “clima d’opinione” era in declino da tempo. [...]Lo sottolinea, soprattutto, la depressione del sentimento sociale che egli aveva interpretato. Berlusconi, infatti, si è affermato perché impersonava l’imprenditore venuto dal nulla. In grado di guardare al futuro con ottimismo irriducibile. Perché, comunque, “noi ce la faremo”. Nonostante lo Stato, le regole, il pubblico, il fisco. Oggi questo modello è im-proponibile. La crisi lo ha reso impopolare. Funziona a rovescio anche la sua strategia di immagine, promossa attraverso il marketing e i media. L’ottimismo come ideologia, la vita esagerata, fra residenze private trasformate in sedi pubbliche, e ruoli pubblici usati a fini privati. Fra leader del mondo e ragazzine disponibili. Sotto gli occhi di tutti. Come un feuilleton senza fine. In tempo di crisi, tutto questo è divenuto insopportabile alla “gente comune”. Peraltro, egli non è riuscito a “onorare” i “contratti con gli italiani” sottoscritti in tv. I “mercati”, gli imprenditori, le categorie economiche, che pure gli avevano concesso un’ampia apertura di credito, lo hanno abbandonato. Sono divenuti suoi aspri oppositori, da amici indulgenti quali erano.
Anche la retorica del “fare”, alla fine, gli si è rivoltata contro. La promessa di ripulire le immondizie di Napoli – in due tre settimane. O di ricostruire L’Aquila terremotata. Nel “breve” hanno funzionato, in seguito gli si sono rivoltate contro. Perché le immondizie a Napoli – e altrove – ci sono ancora. E il centro storico di L’Aquila resta sepolto dalle macerie. Così l’Uomo-del-fare si è trasformato nell’Uomo delle-promesse-non-mantenute. Sul piano politico, il berlusconismo coincide con il modello del “partito personale”, che dipende dal suo “patrimonio”, dalla sua identità, dal suo stesso “corpo”. E per questa stessa ragione non sopporta altri leader concorrenti né, tanto meno, oppositori.
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A costringere Berlusconi alle dimissioni, infatti, non è stata solo l’opposizione di centro e di centrosinistra, ma anche quella dei mercati e dei leader europei. Non è stata – soltanto – la sfiducia dei parlamentari, ma anche quella delle Borse, della Bce e della Ue. Che hanno espresso la loro “opinione” non attraverso il voto e neppure i sondaggi, ma attraverso il crollo delle Borse e dei titoli di Stato – italiani. In più: attraverso il collasso delle azioni di Mediaset. L’azienda del Premier Imprenditore. Senza dimenticare il ruolo svolto da molte voci critiche che si sono espresse nella sfera pubblica e sui media.
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La scelta di Mario Monti riflette questa logica ed è stata possibile solo perché orientata da Napolitano. [...] Questa crisi (extra-parlamentare) è stata affrontata almeno in parte in condizioni di “eccezione” democratica. Su pressione di poteri “esterni” alla nostra democrazia: la Bce, il Fmi, la Ue. Con la regia del presidente Napolitano, garante della Costituzione, ma eletto dai parlamentari (della precedente legislatura) e non dai cittadini. La formazione del governo è stata affidata a una figura prestigiosa, Monti, alla guida di una compagine di tecnici. Al pari di lui, non eletti, non “politici”. Scelti proprio per questo motivo: perché insensibili ed esterni alla “volontà del popolo sovrano”. Tutto ciò, naturalmente, avviene in una crisi di sistema, a sua volta riflesso della crisi del berlusconismo e di Berlusconi. [...]Potremmo riprendere, per questo, un paradosso (apparente) avanzato, alcuni anni fa, da un intellettuale francese, Emmanuel Todd. A volte, per difendere la democrazia, occorre difendere la democrazia da se stessa.
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BRUXELLES – La bozza della lettera inviata dal governo italiano piace alla Ue. Contiene l’impegno a consentire alle aziende, a partire da maggio del 2012, il licenziamento del personale per situazioni di crisi economica, l’innalzamento a 67 anni dell’età della pensione, la mobilità coattiva nel pubblico impiego e una stretta sui contratti parasubordinati con condizioni più stringenti per questi tipi di contratti. E ancora: entro il 30 novembre un piano per le dismissioni del patrimonio pubblico con un introito, in tre anni, di 5 miliardi; entro il 31 gennaio 2012 via libera alla delega fiscale. Sono alcune delle risposte alle richieste della Bce e dell’Unione, che all’Italia chiedono da tempo maggiore flessibilità in uscita nel lavoro e tagli alla spesa. Il governo italiano indica anche una tabella di marcia: entro il 15 novembre il piano di crescita.
[...]
Preoccupato il presidente dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, secondo il quale “così si rischia lo scontro sociale”. Chi siede al governo, dice Di Pietro, “non vuole la pace ma lo scontro sociale, per questo è estremamente necessario che chi ha responsabilità istituzionali faccia finire la legislatura prima che lo scontro sociale aumenti. Di certo non si può fermare la disperazione con la repressione”.“A giudicare dalle indiscrezioni di stampa che trapelano – commenta il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso -, lo spirito riformatore del governo si traduce in una ennesimo attacco sui licenziamenti, sul lavoro precario, sulle pensioni e che colpiscono in particolare le donne e il Mezzogiorno”. Camusso propone agli altri sindacati una “iniziativa di mobilitazione unitaria che rimetta al centro le ragioni del lavoro e della crescita, ancora una volta negate dalle scelte di questo governo”.
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