Fonte: repubblica.it
L’EPILOGO del governo Berlusconi è stato celebrato con soddisfazione da quanti lo hanno vissuto come una iattura – civile e politica – per il Paese. Tuttavia, più che un successo delle opposizioni, va considerato, anzitutto, una sconfitta di Berlusconi e del berlusconismo. Intendendo con questo termine, (ab)usato in modo perlopiù indefinito, l’insieme dei valori e di riferimenti culturali, ma anche il modello di rappresentanza – e di alleanza – politica che egli ha espresso. Le dimissioni di Berlusconi, in altri termini, sono l’esito della delusione sociale e dell’implosione politica prodotte da Berlusconi stesso.
Il “berlusconismo” come “clima d’opinione” era in declino da tempo. [...]Lo sottolinea, soprattutto, la depressione del sentimento sociale che egli aveva interpretato. Berlusconi, infatti, si è affermato perché impersonava l’imprenditore venuto dal nulla. In grado di guardare al futuro con ottimismo irriducibile. Perché, comunque, “noi ce la faremo”. Nonostante lo Stato, le regole, il pubblico, il fisco. Oggi questo modello è im-proponibile. La crisi lo ha reso impopolare. Funziona a rovescio anche la sua strategia di immagine, promossa attraverso il marketing e i media. L’ottimismo come ideologia, la vita esagerata, fra residenze private trasformate in sedi pubbliche, e ruoli pubblici usati a fini privati. Fra leader del mondo e ragazzine disponibili. Sotto gli occhi di tutti. Come un feuilleton senza fine. In tempo di crisi, tutto questo è divenuto insopportabile alla “gente comune”. Peraltro, egli non è riuscito a “onorare” i “contratti con gli italiani” sottoscritti in tv. I “mercati”, gli imprenditori, le categorie economiche, che pure gli avevano concesso un’ampia apertura di credito, lo hanno abbandonato. Sono divenuti suoi aspri oppositori, da amici indulgenti quali erano.
Anche la retorica del “fare”, alla fine, gli si è rivoltata contro. La promessa di ripulire le immondizie di Napoli – in due tre settimane. O di ricostruire L’Aquila terremotata. Nel “breve” hanno funzionato, in seguito gli si sono rivoltate contro. Perché le immondizie a Napoli – e altrove – ci sono ancora. E il centro storico di L’Aquila resta sepolto dalle macerie. Così l’Uomo-del-fare si è trasformato nell’Uomo delle-promesse-non-mantenute. Sul piano politico, il berlusconismo coincide con il modello del “partito personale”, che dipende dal suo “patrimonio”, dalla sua identità, dal suo stesso “corpo”. E per questa stessa ragione non sopporta altri leader concorrenti né, tanto meno, oppositori.
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A costringere Berlusconi alle dimissioni, infatti, non è stata solo l’opposizione di centro e di centrosinistra, ma anche quella dei mercati e dei leader europei. Non è stata – soltanto – la sfiducia dei parlamentari, ma anche quella delle Borse, della Bce e della Ue. Che hanno espresso la loro “opinione” non attraverso il voto e neppure i sondaggi, ma attraverso il crollo delle Borse e dei titoli di Stato – italiani. In più: attraverso il collasso delle azioni di Mediaset. L’azienda del Premier Imprenditore. Senza dimenticare il ruolo svolto da molte voci critiche che si sono espresse nella sfera pubblica e sui media.
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La scelta di Mario Monti riflette questa logica ed è stata possibile solo perché orientata da Napolitano. [...] Questa crisi (extra-parlamentare) è stata affrontata almeno in parte in condizioni di “eccezione” democratica. Su pressione di poteri “esterni” alla nostra democrazia: la Bce, il Fmi, la Ue. Con la regia del presidente Napolitano, garante della Costituzione, ma eletto dai parlamentari (della precedente legislatura) e non dai cittadini. La formazione del governo è stata affidata a una figura prestigiosa, Monti, alla guida di una compagine di tecnici. Al pari di lui, non eletti, non “politici”. Scelti proprio per questo motivo: perché insensibili ed esterni alla “volontà del popolo sovrano”. Tutto ciò, naturalmente, avviene in una crisi di sistema, a sua volta riflesso della crisi del berlusconismo e di Berlusconi. [...]Potremmo riprendere, per questo, un paradosso (apparente) avanzato, alcuni anni fa, da un intellettuale francese, Emmanuel Todd. A volte, per difendere la democrazia, occorre difendere la democrazia da se stessa.